{T.C.C., Psicoterapia Dinamica Breve, Training Autogeno,T.A.S., Biofeedback}.

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Denunciato uno dei massimi sponsor scientifici della soministrazione di psicofarmaci ai bambini: era a libro paga delle multinazionali del farmaco.

http://www.dionidream.com/denuncia-shock-approvava-psicofarmaci-pagato-dalle-case-farmaceutiche/

http://www.dionidream.com/denuncia-shock-approvava-psicofarmaci-pagato-dalle-case-farmaceutiche/

Educate i bambini alla felicità, non alla perfezione.

Educate i bambini alla felicità, non alla perfezione.

 Educate i bambini alla felicità, non alla perfezione.

May 12, 2016                            Fonte:viverepiusani

È logico volere il meglio per i propri figli, ma bisogna anche tenere in conto che la perfezione non fa la felicità ed è importante che i bambini siano felici.

Sono molti i genitori che confondono l’educazione con l’esigenza, con la perfezione. Crescere un figlio non consiste solo nel pagargli la scuola migliore, iscriverlo a molti corsi affinché parli tre lingue e comprargli di continuo vestiti per avere sempre un aspetto impeccabile.

Molti studi ci dicono che i genitori eccessivamente esigenti alla fine causano gravi carenze nella vita dei propri figli.

La cosa più probabile è che raggiungano la maggiore età pensando di non essere abbastanza bravi, di non essere stati in grado di compiere le aspettative dei loro genitori.

Tutte queste idee potrebbero riassumersi in una semplice equazione: se educhiamo figli perfetti, avremo figli tristi. Rispettate le loro peculirità, ascoltate la loro voce e preoccupatevi solo di offrire loro la felicità.

È in questo modo che alimenterete il loro cuore affinché diventino adulti liberi con una vita piena. Vi invitiamo a riflettere al riguardo.

La sindrome dei genitori esigenti: il pericolo di educare alla perfezione.

Una storia curiosa che ci può illustrare alla perfezione questa idea: a Roma vi è una tomba dell’anno 94 a. C., che attira sempre l’attenzione dei turisti.

Sulla lapide si può leggere quanto segue: “Qui giace Quintus Sulpicius Maximus, giovane romano che visse solo 11 anni, 5 mesi e 12 giorni. Morì pochi giorni dopo aver preso parte ad un concorso di poesia per adulti”.

Si sa che il piccolo Quintus aveva un talento speciale. Era quello che al giorno d’oggi definiremmo un bambino superdotato. Per questo motivo, i suoi genitori lo facevano partecipare a tutti i concorsi di poesia, letteratura ed arte aventi luogo a Roma, in modo da competere con adulti.

Si dice che il bambino morì di collasso per il duro lavoro e per la sofferenza di non soddisfare le grandi aspettative dei suoi genitori. Questa storia viene spesso utilizzata da molti pedagoghi per definire il termine “sindrome dei genitori esigenti”. 

L’attuale ossessione di avere figli perfetti.

Molti genitori sognano di avere figli belli, magri ed abili in molte discipline, in modo da poter accedere al successo professionale in futuro.

  • L’errore, senza dubbio, consiste nell’orientare i piccoli verso il futuro dimenticando che la cosa più importante per loro è il “qui” ed “ora”: la felicità di questo esatto istante.

  • Come genitori, si desidera il meglio per i propri figli, ma tutto deve avere un equilibrio ideale. I bambini devono godere della propria infanzia.

  • È necessario educare il cuore dei bambini, bisogna guidarli, consigliarli e non segnare ferree direttive a seconda dei nostri desideri.

     Soluzioni per addolcire il perfezionismo nell’educazione

    La cosa più importante è evitare il perfezionismo nocivo, che viola i diritti dell’infanzia, che porta sofferenza e non felicità. A tale scopo, bisogna tenere conto dei seguenti principi:

    I genitori devono fare attenzione al loro linguaggio ed al loro atteggiamento

    A volte può verificarsi quanto segue: ci sono genitori che, senza essere esigenti con i loro figli, vedono che i piccoli auto-esigono determinate cose in modo un po’ traumatico.

    Questo si deve al fatto che in casa i bambini osservano i nostri atteggiamenti ed il nostro linguaggio. Se noi stessi siamo critici con noi e con chi ci circonda e segniamo direttive molto rigide, i bambini tenderanno a farle proprie.

    Frasi come “ho commesso un errore a lavoro, morirò, è un disastro” può avere un forte impatto su un bambino. 

    Attenzione alle aspettative che si proiettano sui figli

    Fate in modo che i vostri figli apprezzino quello che fanno, che conoscano il valore dello sforzo, ma senza il bisogno di sentirsi umiliati se non ottengono qualcosa.

    Lasciateli trionfare, ma anche fallire

  • Un errore o un fallimento non è la fine del mondo, tutti possono imparare e migliorare. Lasciate che i vostri figli spicchino in quello che desiderano, ma allo stesso tempo permettete loro di sbagliarsi.

  • Fomentate la tolleranza, la comprensione, una buona autostima e la fiducia. Un bambino che si fida di voi e, per questo, vi chiede di chiarirgli alcuni dubbi ed errori è un bambino che riesce a connettersi con voi; è un grande privilegio.

    Per concludere, sappiamo di vivere in una epoca di crisi sociale, in cui abbiamo bisogno di bambini ben preparati che abbiano maggiori opportunità in futuro e, perché no, che creino un mondo migliore.

    Tuttavia, questo non vuol dire che dobbiamo accantonare il valore della felicità e dell’intelligenza emotiva. Solo così faremo in modo che in futuro siano adulti capaci di dare il meglio di sé.

    È un progetto vitale di cui tutti (padri, madri, educatori e persino istituzioni sociali) siamo responsabili: bisogna educare all’allegria, non alla perfezione.

COSA SUCCEDE QUANDO SI ETICHETTA UN BAMBINO

COSA SUCCEDE QUANDO SI ETICHETTA UN BAMBINO

23 Apr 2016  Cosa succede nel cervello del bambino quando viene “etichettato”.

Posted at 14:13h in IT by adminreal

Articolo a cura di Sara Achilli

Mio figlio alle feste non gioca con gli altri bambini: è “poco socievole”… 

Quando incontriamo una persona nuova mio figlio si nasconde dietro di me: sarà perché è “timido”… 

Mio figlio ama giocare da solo invece che gli altri bambini: è “diverso”… 

Etichettare un bambino con un aggettivo, una caratteristica o il nome di una patologia è molto più semplice che capire cosa avviene davvero nel suo cervello in evoluzione. Anche nel caso limite in cui si fosse veramente capito che cosa c’è dietro quell’etichetta, il solo fatto di attribuirla genera una serie di reazioni che spesso sono ben peggio del reale o presunto problema.

La natura è dalla parte dei timidi, dei diversi, ecc. 

Vi è mai capitato di incontrare per strada un cane che non conoscete? Il cane cosa fa? Prima vi osserva a debita distanza, poi annusa, sempre mantenendo una certa distanza da voi, poi se non percepisce pericolo si avvicina e vi annusa di nuovo e solo alla fine vi permette di accarezzarlo.

Dal punto di vista etologico, i bambini si comportano esattamente allo stesso modo. Osservano a debita distanza protetti dalla mamma o dal papà, “annusano” l’aria, si avvicinano con cautela e alla fine permettono allo sconosciuto di interagire con loro.

C’è poi un interessante paradosso da considerare. Se siamo onesti per un attimo, tutti noi, ancora da adulti, desideriamo essere speciali e unici, almeno in qualcosa. Di contro, quando ci accomunano alla massa, alla “persona media” ci sentiamo indignati e indispettiti perché non hanno saputo cogliere quanto siamo speciali.

Eppure, nonostante questo, quando vediamo un bambino diverso dalla maggior parte tendiamo subito a fare confronti e a cercare spiegazioni in caratteristiche che appaiono come verdetti definitivi: “è goffo”, “è distratto”, “è superficiale”, ecc. Eppure basta fare un piccolo passaggio in più per avere un approccio costruttivo anziché limitante. Basta infatti trasformare un’etichetta come “è goffo” in “non ha ancora sviluppato una buona coordinazione” e subito dopo domandarsi “come mai? C’è qualcosa che ostacola questo processo? Posso fare qualcosa per favorire il naturale sviluppo di questa competenza?”.

Etichettare un comportamento, senza analizzarne prima le dinamiche, può essere molto pericoloso.

Di contro per aiutarlo è fondamentale: capire che cosa succede realmente al bambino, sapere che esistono diverse aree cerebrali in interazione, tenere conto degli aspetti etologici che governano il suo comportamento, considerare i fattori ambientali, i collegamenti tra schemi mentali, reazioni emotive e modalità comportamentali.Vediamo ora di approfondire cinque dinamiche che possono mettersi in moto quando etichettiamo un bambino invece di capire e supportarlo.

5 buoni motivi per non etichettarlo 


 1. Etichettare un bambino è, sempre e comunque, riduttivo: in questo modo avremo e rinforzeremo una visione parziale della personalità del bambino. L’immagine che i genitori hanno dei loro figli deve essere ben chiara nei suoi confini e nei fattori che la sostengono, come quelli che la possono influenzare. Lavorare sulle abilità di parenting vuol dire anche questo.

2. Dire continuamente a un bambino che è timido o imbranato può metterlo in imbarazzo o suscitare dei dubbi, arrivando paradossalmente a creare un problema che non c’era. Le formule comunicative delle figure educative e di cura devono sempre avere una prospettiva di modulazione e sviluppo rispetto agli stati emotivi del bambino che ascolta.

3. Chiamarlo “introverso” significa banalizzare una serie di importanti diverse dinamiche: l’inclusione in un gruppo è diversa dall’accettazione, la fiducia non coincide con l’apertura, il senso di sicurezza può essere causa come effetto della relazione sociale. Il suo comportamento può essere usato per capire e supportarlo in modo mirato.

4. Un bambino cosiddetto timido potrebbe essere solo un bambino “cauto” ovvero un “cagnolino” che sta cercando di gestire una situazione nuova per la prima volta e sa regolarsi meglio di quelli che si buttano nella relazione e poi la vivono in modo stressante o pericoloso.

5. L’etichetta “diverso” rinforza un comportamento di evitamento ed inibizione. Al contrario è solo l’esperienza diretta che permette lo sviluppo delle capacità di auto-regolazione. Inoltre l’inibizione altera anche i processi di sviluppo neurobiologici, che sono sostenuti da specifici atti integrativi tra azione, movimento, auto-percezione ed emozioni.

I genitori, le figure di accudimento o gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo cerebrale ed emotivo del bambino. Dalla nascita fino all’età adulta sono loro che creano nel cervello del bambino le connessioni cerebrali (le così dette “top-down e bottom-up brain connections”) fornendo i giusti stimoli.

Stimoli corretti e vari renderanno il cervello del bambino plastico e in grado di controllare in autonomia impulsi ed emozioni. Di contro etichettare un bambino (che sia dicendogli che è timido, stupido o che è un’incapace)  significa creare connessioni sbagliate, alternarne la neurobiologia (vedi l’articolo su traumi ed esperienze avverse infantili) e gli schemi mentali, emotivi e comportamentali.

Esistono tecniche educative, di cura e di parenting mirate per aiutare i bambini e i relativi genitori in queste situazioni. Diamo ai bambini gli stimoli giusti e poi lasciamoli liberi di sperimentare, di valutare, di scegliere. Non è sempre detto che una persona giusta per noi sia giusta anche per loro. Anzi di solito, come i cani, hanno un fiuto migliore del nostro nel capire quando si tratta di una bella persona o di qualcuno che forse, in effetti, è meglio evitare. Ognuno nasce in una famiglia diversa, con un “parenting” differente, frequenta asilo e scuola con impostazioni diverse. Lasciamo il tempo al bambino di adattarsi all’ambiente dove cresce.

C’è chi ama giocare all’aria aperta con la terra e l’acqua e chi, invece, ama maggiormente muoversi in spazi piccoli e protetti. Anche fratelli cresciuti nella stessa famiglia, con la stessa educazione e gli stessi stimoli possono avere esigenze e comportamenti diversi, gli studi sull’epigenetica hanno spiegato bene questi fenomeni e ci hanno permesso di capire come agire in modo mirato e specifico sui fattori più rilevanti a livello ambientale, relazione e di carico emotivo.

PSICOFARMACI ED ALZHEIMER

PSICOFARMACI ED ALZHEIMER

AIFA  Agenzia Italiana del Farmaco

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L'uso a lungo termine di una classe di psicofarmaci potrebbe essere collegato al morbo di Alzheimer

16/09/2014

Il trattamento deve rispettare le linee guida della buona pratica ed essere il più breve possibile, dicono i ricercatori.

L’uso di benzodiazepine, una categoria di farmaci utilizzati per trattare ansia ed insonnia potrebbe essere associato ad un maggior rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, in particolare per i pazienti che sono trattati con questi farmaci in maniera prolungata. Questa è l’avvertenza evidenziata da uno studio pubblicato sul BritishMedical Journal.

La demenza colpisce attualmente circa 36 milioni di persone in tutto il mondo e questo numero è destinato a raddoppiare ogni 20 anni, raggiungendo 115 milioni entro il 2015.

Nonostante la ricerca abbia riportato la possibilità dell’ aumento del rischio di demenza per i pazienti che fanno un uso prolungato di benzodiazepine, rimane da capire se la natura di questa associazione, sia causale o meno.

Per questo un team di ricercatori in Francia e Canada ha approfondito con uno studio dedicato.

Utilizzando i dati prelevati dal database del programma di assicurazione sanitaria del Quebec (RAMQ), hanno rintracciato lo sviluppo della malattia di Alzheimer in un campione di anziani residenti in Quebec, che erano stati trattati con  benzodiazepine.

I ricercatori hanno 1.796 casi di malattia di Alzheimer idonei per lo studio, con follow up pari ad almeno sei anni (con un massimo di 10 anni). Hanno poi confrontato ogni caso con 7184 persone sane abbinate per età, sesso e durata del follow-up.

I risultati mostrano che l'uso di benzodiazepine per tre mesi o più è stato associato ad un aumento del rischio (fino al 51%) di insorgenza della malattia di Alzheimer. La forza dell'associazione è aumentata in corrispondenza di una esposizione più lunga e con l'uso di benzodiazepine a lunga azione piuttosto che di quelle a breve durata d'azione.

Ulteriori aggiustamenti per i sintomi che potrebbero indicare l'inizio di demenza, come i disturbi d'ansia, depressione o di sonno, non hanno alterato significativamente i risultati.

“In questo ampio studio, l'uso di benzodiazepine è stato associato ad un aumentato rischio di malattia di Alzheimer” affermano gli autori. Gli stessi sottolineano che “la natura del legame non è ancora definitiva, ma sostengono che l'associazione più forte verificatasi con esposizioni a lungo termine "rafforza il sospetto di una possibile associazione diretta, anche se l'uso di benzodiazepine potrebbe anche essere un marker precoce di una condizione associata a un aumento del rischio di demenza. "

I Ricercatori affermano che le benzodiazepine sono "strumenti indiscutibilmente preziosi per la gestione dei disturbi d'ansia e insonnia transitoria" ma avvertono che i trattamenti "dovrebbero essere di breve durata e non superiori a tre mesi".

L’equipe di ricerca conclude che i risultati sono di "grande importanza per la salute pubblica, soprattutto considerando la prevalenza e la cronicità dell’uso di benzodiazepine nella popolazione anziana e l'elevata e crescente incidenza di demenza nei paesi sviluppati".

“Basandosi sulle evidenze”concludono "è ora fondamentale incoraggiare i medici a prestare maggiore attenzione al profilo beneficio/rischio  quando si inizia o si rinnova un trattamento con benzodiazepine e prodotti correlati in pazienti anziani".

In un editoriale di accompagnamento, il Prof. Kristine Yaffe della University of California a San Francisco e il  Prof. MalazBoustani della Indiana University Center for AgingResearch, sottolineano che nel 2012 l'American Geriatrics Society ha aggiornato la sua lista di farmaci inappropriati per gli anziani includendo le benzodiazepine , proprio a causa dei loro effetti collaterali sul sistema cognitivo.

Eppure dall’editoriale si evince che quasi il 50% degli adulti anziani continua ad usare questi farmaci.

In conclusione l’Editoriale insiste sulla necessità di colmare la lacuna esistente caratterizzata da numeri sempre più in aumento di anziani trattati con più farmaci contemporaneamente e/o che sono a rischio di malattia di Alzheimer.

Leggi lo studio sul BMJ

Approfondisci l’editoriale di accompagnamento

 

GENETICA ED EPIGENETICA

GENETICA ED EPIGENETICA

EPIGENETICA

Epigenetica e biologia cellulare: dalle nuove scienze la verifica che pensieri ed emozioni governano il dna e le cellule dell'organismo.
Sonia Fioravanti
Psicoterapeuta.
 
Negli ultimi dieci anni l'epigenetica, una rivoluzionaria branca della biologia, ha dimostrato che il vero cervello della cellula non è il DNA e che esso non è responsabile del destino di un essere umano!
L'attività dei geni infatti è controllata da "proteine" che avvolgono, coprono i geni proprio come una manica: occorre un segnale ambientale per spingere le "proteine manica"  a cambiare forma, staccarsi dalla doppia elica del DNA, permettendo così la lettura del gene. 
Per segnali ambientali intendiamo le informazioni provenienti dall'ambiente, gli apprendimenti che, traducendosi in pensieri, credenze, emozioni interagiscono direttamente con la membrana della cellula ( considerato il  vero cervello!)  e con il suo complesso meccanismo recettore/effettore che, come un interruttore, attiva il comportamento cellulare.
E' in altri termini ciò in cui crediamo a determinare ciò che siamo, il nostro stato di salute o di malattia, di benessere o di disagio, la nostra stessa vita.
Si tratta di un grande cambiamento nella scienza e nel pensiero umano.
Credere significa investire d’emozionalità una convinzione, un pensiero, è l'unione del pensiero e dell'emozione a mettere in moto i meccanismi cellulari, a creare la realtà.
Ma le informazioni che troviamo nell'ambiente sono davvero la verità, abbiamo possibilità di scelta?
La medicina, la psicologia, la fisica quantistica ci offrono nuove interessanti informazioni che trasformando le nostre convinzioni ci rendono protagonisti del nostro destino e co-creatori della nostra realtà. 
   
La Psiconeuroendocrinoimmunologia, un nuovo modello per la medicina del terzo millennio
Francesco Bottaccioli
Docente di Psiconeuroendocrinoimmunologia
Fondatore e primo presidente della Società italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia
 
Con gli studi, pluridecennali, sul sistema dello stress e con quelli, più recenti, sulla neurobiologia delle emozioni, abbiamo capito che le vie nervose attivate dalle emozioni sono strettamente collegate a quelle che attivano la reazione di stress. La quale, dal cervello, con una cascata di ormoni e neurotrasmettitori, invia messaggi che modificano molte funzioni dell’organismo: l’equilibrio del sistema immunitario, l’umore e perfino il metabolismo dei grassi e degli zuccheri.
E’ per questo che non è più stravagante connettere emozioni, traumi, abusi, cattiva gestione dello stress e malattie di diversa origine ed entità. Così come non è un salto mortale scientifico, interpretare sintomi fisici (stanchezza) neurologici (mal di testa, nausea) e psichici (depressione) come possibile frutto dell’attivazione del sistema immunitario e quindi dell’infiammazione nel cervello.
Con la Pnei si chiude così la storica separazione, contrapposizione, tra mente e corpo.
La psiconeuroendocrinoimmunologia studia quindi l’organismo umano nella sua interezza e nel suo fondamentale rapporto con l’ambiente, nella sua accezione più vasta. Lo sviluppo delle ricerca in questo campo concretizza una visione globale, olistica, scientificamente fondata, della medicina, che consente, tra l’altro, il dialogo e il recupero, attraverso una verifica scientifica, di tradizioni mediche antiche e non convenzionali, nell’ottica di una nuova, superiore, sintesi medica.
 

http://www.focus.it/scienza/che-cos-e-e-come-funziona-l-epigenetica_C7.aspx 

Quando si vede il filmato sceglire la lingua in italiano, per avere la traduzione scritta che scorre.

La psicoterapia può riparare i geni danneggiati dai traumi

La rivista “Psychotherapy and Psychosomatics” ad Agosto 2014 ha  pubblicato una ricerca  dell’Università di Konstanz in Germania, nella  quale i ricercatori per la prima volta dimostrano che lo stress  derivante da traumi può determinare danni a livello genetico che possono essere  curati dalla psicoterapia.

I neuroscienziati tedeschi che hanno effettuato lo studio si sono basati sui  risultati di precedenti ricerche che  rilevavano una correlazione tra lo  stress causato da traumi e un aumento del rischio per molte malattie, compreso  il cancro. A livello molecolare, lo stress può infatti sviluppare la  carcinogenesi (processo di formazione di patologie tumorali), creando un danno a  livello di DNA e ai meccanismi di riparazione del codice genetico.

(…) In un primo studio, i ricercatori hanno  valutato i danni a livello del DNA e la capacità di riparazione dello stesso  nelle cellule del sangue periferico di 34 soggetti con disturbo post-traumatico  da stress (PTSD, una condizione psicopatologia conseguente ad esperienze  soggettivamente traumatiche), confrontandoli con quelli di 31 soggetti sani di  controllo. (…)

Ciò che si evidenzia da questi primi risultati è che i soggetti con disturbo  post-traumatico da stress presentavano livelli più elevati di danno a carico del  proprio corredo genetico e minor capacità di riparazione, indicando come lo  stress traumatico possa essere associato a livello molecolare a danni nel  DNA.

I PEDIATRI PUNTANO IL DITO CONTRO LE TATE DELLA TV

I PEDIATRI PUNTANO IL DITO CONTRO LE TATE DELLA TV

Per fotuna hanno reagito i pediatri per argomenti che per anni hanno disinformato e creato anche danni psicologici, "Ma l'Ordine degli Psicologi esiste?" (Solo Per La Tassa Annuale).

Da: Vita DaMamma .com

 

I Pediatri puntano il dito contro le Tate della TV italiana 

Sono una mamma blogger da 4 anni, ovvero dalla nascita della mia secondogenita. Le mamme blogger, come me, sono madri in contatto con altre madri, sono canali di comunicazione che nella rete tessono tele rosa fatte di “vita da mamme”, “storie di figli” ed “esperienze”.

Questa mattina, aprendo il mio fedele amico ovvero il PC, non senza stupore, ho constato che la notizia della viva critica mossa a SOS Tata dall’Associazione Culturale Pediatri sta scuotendo tutte le mie amiche mamme. Il mio profilo Facebook si è riempito di messaggi privati curiosi ed incuriositi.

Finalmente posso dirlo: anche io (e questa resta un’opinione del tutto personale ed esclusiva) trovo che SOS Tata sia poco rispettoso della delicatezza, della singolarità e dell’intimità dei bambini che vengono “adoperati” all’interno della trasmissione televisiva.

L’Associazione Culturale Pediatri, ponendo il suo punto di vista al  Garante per la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, Vincenzo Spadafora, denuncia in particolare la “promozione” che SOS Tata da sempre fa della tecnica dell’estinzione graduale del pianto nell’educazione al sonno dei bambini.

  • Tecnica dell’estinzione graduale del pianto nell’educazione al sonno dei bambini, che significa questo?

Nelle trasmissioni di SOS TATA è spesso capitato di osservare mamme “indotte” a lasciare da soli i bambini nelle culle o nei lettini (luoghi oggettivamente deputati al sonno); al buio (o quasi), queste creature rimangono senza il conforto della madre in camere vuote e con la telecamera puntata addosso; quasi sempre sprofondano nel panico e rimangono per molti minuti in preda a più o meno forti crisi di pianto.

A parer mio la ninna arriva solo per sfinimento.

Secondo la teoria promossa dai fautori di questa tecnica i bambini si abituano (SI RASSEGNANO) a dormire da soli abbandonando gradatamente il pianto, così a mano a mano non dovrebbero più lamentarsi né piangere quando vengono lasciti nei luoghi deputati alla ninna.

Secondo la mia “ignorantissima” opinione di madre questi bimbi si arrendono alla solitudine di un sonno senza coccole.

Io sono stata una mamma canguro; sono una mamma chioccia che però lavora su se stessa, libera i figli alle loro esperienze, ne promuove l’impegno sportivo, la socialità e la cultura … ma dormo spesso in un letto familiare!

  • Che cos’è il letto familiare (per dirlo all’italiana)?

Il letto familiare è il letto condiviso dove si dorme abbracciati, dove ci si racconta la propria giornata, dove si prega, dove si legge la storia della buona notte e si canta la canzone degli angioletti, dove si fa l’abbraccio a 4, dove la famiglia è corpo, carezza, odori, anima e sostanza.

Ebbene sì, noi ci addormentiamo tutti insieme e ci facciamo le coccole. E i bambini, dopo l’addormentamento, vengono spostati dal papà nei loro lettini, nella stanza accanto alla nostra. Da qualche mese a questa parte molte sono le notti in cui … tutto beatamente tace. Capitano poi gli incubi, i pianti, le pipì, la sete e le irruzioni nel lettone del bimbo grande che oramai si muove quatto quatto da solo, senza chiamare e senza paura, “trasloca” dalla sua alla nostra stanza in totale e serena autonomia!

I miei bambini sono sereni, felici, bene educati, senza problemi relazionali, socievoli , temerari, aperti alle nuove esperienze, allegri …e nessuno piange prima della ninna!

Forse io sarò una mamma “carnale”, fisica e appassionata ma faccio pienamente mia l’aperta critica alla tecnica dell’estinzione graduale del pianto nell’educazione del bambino al sonno.

Il bambino piccolissimo e piccolo ha (o può avere) una più o meno spiccata paura a lasciarsi andare al sonno perché dormire è un abbandono totale, una totale perdita di controllo che può generare nel piccolo un’intima, istintuale ed innata inquietudine.

L’adulto amorevole, attento, empatico deve rappresentare per il bambino un aiuto concreto. In questo senso le carezze, l’abbraccio, l’odore sono ponti verso il sonno sereno.

L’Associazione Culturale Pediatri, insieme ad altre associazioni, ha sottoscritto una lettera aperta al Garante per la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, eccone un significativo stralcio:

<< Esprimiamo ancora una volta il nostro dissenso per i metodi per `educare i bambini piccoli a dormire´ che si basano sull’estinzione graduale del pianto. Sappiamo ormai dalla ricerca scientifica, se non bastasse il buon senso, che la fisiologia dell’essere umano prevede che riceva delle cure di tipo prossimale da parte della madre e degli adulti che se ne prendono cura, e che la pretesa che un bambino piccolo si addormenti da solo e dorma per tutta la notte senza richiedere la presenza e il contatto dell’adulto, oltre ad essere anti-fisiologica ed irrealistica, può provocare confusione nei genitori e grande stress nei bambini. Questi metodi possono minare fin dalla primissima infanzia la fiducia negli adulti e quindi in se stessi e interferire con lo stabilirsi di una sana relazione genitori-figli, oltre ad interferire (se il bambino è piccolo) con l’allattamento al seno. […] Riteniamo che sia pericoloso e fuorviante promuovere in tv il ricorso a questi sistemi, senza che ai genitori vengano date informazioni complete e coerenti, affinché possano compiere decisioni informate. Chiediamo quindi -prosegue l’Associazione Culturale Pediatri- che le redazioni televisive si facciano carico di questa responsabilità.>>

Per completezza di informazione va aggiunto un dato non trascurabile: la denuncia dei pediatri italiani si estende al generico uso dei bambini in televisione. In relazione alla suddetta trasmissioni i minori sono esposti al pubblico in condizioni umilianti e mortificanti, ciò non è rispettoso della privacy dei bambini e rischia di ingenerare avvilimento, sconcerto e paura anche nei piccoli telespettatori al di là del video.

Sta di fatto, ed anche questo va detto, che alcuni spunti suggeriti da SOS Tata sono validi. Infatti dalla trasmissione si possono trarre anche ottimi consigli: questa mattina un’amica mamma sottolineava che alcune regole familiari (come quella della TV spenta durante i pasti) sono “sacrosante”.

Di fatto l’educazione non è cristallizzabile, non è ammissibile dettare un decalogo di regole rigide. Nè è ammissibile esporre al pubblico bambini disperati che stentano ad accettare l’imposizione nuova, subitanea e imponente di una nuova vita “infiocchettata” per la TV nazionalpopolare.

I latini usavano dire “Melius abundare quam deficere” tale massima non è mai trascurabile quando si parla d’Amore specie se si considera debitamente che l’Amore aiuta il benessere fisico e mentale mentre il pianto e la sua disperazione rende l’individuo più esposto a tutti i mali della vita, sia quelli del corpo che quelli dell’animo.

 

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