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ANSIOLITICI ed ANSIA

Da psiche e Soma. 

Dott. Aprile Daniele

Ansiolitici: lo sapevate che…?

 
In questo post prendo in esame i farmaci ansiolitici, soffermandomi sul Delorazepam, di cui esiste sia il generico che il commerciale (il famoso “En”). E’ uno degli ansiolitici più venduti al mondo, è un farmaco derivato dalla benzodazepine.

 Ci sono alcune informazioni che riguardano questi farmaci che non sempre il paziente riceve al momento della prescrizione, o, se le riceve, è il paziente stesso a sottovalutarle.

 Lo sapevate che viene spesso prescritto con superficilità?
Partiamo dalle indicazioni terapeutiche
e prendiamo i dati dal bugiardino: “Stati di ansia. Squilibri emotivi collegati a stress situazionali, ambientali e ad affezioni organiche acute e/o croniche. Distonie neurovegetative e somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati. Sindromi psiconevrotiche. Nevrosi depressive. Agitazione psicomotoria. Stati psicotici a forte componente ansiosa e con alterazioni dell’umore. Disturbi del sonno di varia origine.”
E infine, da notare bene: “Le benzodiazepine sono indicate soltanto quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio.”

 A questo punto sorge una domanda: chi deve prescrivere l’ansiolitico? Ovvero chi è meglio in grado di diagnosticare uno dei disturbi elencati fra le indicazioni terapeutiche?
I più indicati sono gli psichiatri, i neurologi e i medici di famiglia. Agli altri specialisti, ad esempio quelli che sospettano “somatizzazioni dell’ansia a carico di vari organi ed apparati”, suggerirei solo di indicare l’ansia come possibile causa della patologia che hanno diagnosticato e di indirizzare il paziente presso uno dei tre specialisti prima elencati. I motivi principali, per cui i colleghi delle altre discipline dovrebbero solo indicare la via e non prescrivere il farmaco sono:  la somministrazione va seguita nel tempo; va valutato il percorso che porta alla sospensione; va fatta una visita finale. Ve lo immaginate ad esempio un cardiologo che vi visita per sapere come va l’ansiolitico? Non vi sembra un po’ fuori luogo?

 In qualsiasi caso andrebbe comunque fatta una corretta a approfondita anamnesi (soffermandosi sugli aspetti psicologici del paziente) che miri a capire le cause e a trovare le soluzioni adatte ad ogni singolo caso.

 La parte che però ritengo fondamentale è quella finale. Siamo certi che le benzodiazepine siano prescritte solo quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio? Se fosse così sarebbe difficile spiegare il motivo per cui sono fra i farmaci più venduti al mondo. Un’ipotesi potrebbe essere questa: i medici non conoscono o non si fidano delle alternative. Quali sono? La psicoterapia e/o i rimedi naturali (tra questi i più utilizzati e conosciuti sono la valeriana, la passiflora, il biancospino e l’iperico). Come molte ricerche scientifiche dimostrano (ad esempio “Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia” link), non c’è nessuna differenza fra questi rimedi e il farmaco.

 Lo sapevate che viene spesso assunto per mesi o per anni?
Adesso vediamo la posologia e modo di somministrazione, sempre dal bugiardino: “Il trattamento dell’ansia dovrebbe essere il più breve possibile. Il paziente dovrebbe essere rivalutato regolarmente e la necessità di un trattamento continuato dovrebbe essere valutata attentamente, particolarmente se il paziente è senza sintomi. La durata complessiva del trattamento, generalmente, non dovrebbe superare le 8-12 settimane, compreso un periodo di sospensione graduale. In determinati casi, può essere necessaria l’estensione oltre il periodo massimo di trattamento; in tal caso, ciò non dovrebbe avvenire senza rivalutazione della condizione del paziente.”

 Una domanda: quante persone conoscete che prendono ansiolitici senza sosta da diversi anni? C’è davvero qualcosa che non quadra! Questa è una di quelle informazioni che dovreste sapere tutti, la prima informazione che il medico dovrebbe dare al paziente, preoccupandosi che il paziente l’abbia ricevuta bene sia in prima battuta che nelle successive visite di controllo.  A giudicare dai risultati non credo che sia così.

 Lo sapevate che l’assunzione causa una dipendenza difficile da curare?
Vediamo le speciali avvertenze e precauzioni per l’uso, dal bugiardino: “L’uso di benzodiazepine può condurre allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica da questi farmaci. Il rischio di dipendenza aumenta con la dose e la durata del trattamento; esso è maggiore in pazienti con una storia di abuso di droga o alcool. Una volta che la dipendenza fisica si è sviluppata, il termine brusco del trattamento sarà accompagnato dai sintomi di astinenza.”
Lo sapevate? Sapevate anche che aumenta con il passare del tempo? Che dopo anni di uso continuato curare la dipendenza da ansiolitici è difficile quanto curare la dipendenza da alcool o droghe?
Infatti i pazienti che sono diventati dipendenti dalle benzodiazepine, alle dosi terapeutiche, normalmente sono accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche (cfr.
The Ashton Manual):

    • Hanno assunto benzodiazepine su prescrizioni mediche in dosi “Terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni
    • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere benzodiazepine per svolgere le normali attività quotidiane
    • Hanno continuato ad assumere benzodiazepine, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato
    • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo, a causa dell’insorgere dei sintomi da astinenza
    • Nell’assunzione di benzodiazepine ad emivita breve,  sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente
    • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento
    • Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Devono avere sempre con sé il farmaco. Possono assumerne una dose prima di un evento che ritengono possa loro generare stress, o nel caso di dover trascorrere una notte in un luogo diverso dalla solita camera
    • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata, inizialmente, nella prima prescrizione medica.

Se la risposta a tutte e tre le domande è stata si vi faccio i miei complimenti, siete persone ben informate e probabilmente anche il vostro medico ha saputo fornirvi tutte le indicazioni necessarie. Se invece la riposta anche ad una sola delle domande è risultata negativa ed assumente una benzodiazepina da più di 8-12 settimane, vi consiglierei di tornare dal vostro medico (o da uno specialista) e cercate urgentemente una soluzione.

Bibliografia
Monografia Delorazepam
The Ashton Manual
Articolo scientifico “
Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia”
Pagina wikipedia
Delorazepam

Ansia

Ansia
Ansia: sintomi

L’ansia ha sintomi riconducibili a tre grandi categorie.

1) Sintomi somatici dell'ansia:

  • dispnea e sensazione di soffocamento
  • palpitazioni
  • sudorazione o mani fredde e bagnate
  • bocca asciutta
  • vertigini o sensazione di sbandamento
  • nausea, diarrea o altri disturbi addominali
  • vampate di calore, o brividi
  • pollachiuria
  • tachicardia
  • ipertensione
  • mal di stomaco
  • irrequietezza
  • facile affaticabilità
  • tensioni o dolenzia muscolare
  • tremori
  • contrazioni muscolari

          2) Sintomi cognitivi dell'ansia:

  • sentirsi nervoso o sul filo del rasoio
  • risposte esagerate di allarme
  • difficoltà di concentrazione
  • sensazione di testa vuota
  • incapacità a rilassarsi
  • difficoltà di addormentamento
  • irritabilita' (aggressività nei bambini)
  • atteggiamento apprensivo
  • paura di morire
  • paura di perdere il controllo
  • paura di non riuscire ad affrontare le situazioni

Le risposte cognitive all’ansia sono pensieri negativi, per lo più irrealistici o esagerati nei confronti di particolari situazioni temute. Sono percezioni distorte della realtà, pensieri che anticipano una catastrofe a bassa probabilità (es. l’aereo su cui viaggerò potrebbe cadere). Questo genere di sintomi d'ansia può interferire negativamente con le abilità di pensiero comportando difficoltà nel ragionamento astratto, nella capacità di risoluzione dei problemi, nella capacità di pianificazione.

3) Sintomi comportamentali dell'ansia:

  • fuga (tendenza ad allontanarsi dallo stimolo ansiogeno)
  • evitamento (messa in atto di comportamenti atti ad evitare uno stimolo ansiogeno).

Tale disturbo è caratterizzato da uno stato emotivo molto spiacevole, gravato da tensione e nervosismo e accompagnato da sintomi fisiologici più o meno accentuati come palpitazioni cardiache, tremore, nausea, vertigini, cefalee (mal di testa), spasmi addominali e sudorazione fredda.

I termini ansia e paura vengono spesso usati indifferentemente per denotare un medesimo stato psicofisiologico. Ma l'ansia riguarda la sfera emotiva e la paura quella cognitiva. La paura cioè si riferisce alla valutazione (ipervalutazione) di uno stimolo minaccioso considerato tale soggettivamente mentre l'ansia riguarda la risposta emotiva a quella valutazione.
La paura entra in azione quando il soggetto è esposto fisicamente o psicologicamente allo stimolo esterno o interno che considera pericoloso (minaccioso) e l'attivazione della paura genera l'ansia. Ad esempio: se entro in ascensore potrei rimanere bloccato, se sono già in ascensore mi assale la tensione; se tento un approccio con quella ragazza potrei essere rifiutato, quando le parlo lei sembra non ascoltarmi con interesse ed io mi agito.

Se il fenomeno dell'ansia è visto dal punto di vista cognitivo, cioè dal punto di vista della testa che valuta lo stimolo minaccioso prima che si verifichi la reazione di ansia, diviene possibile poter gestire in tempi molto più brevi la cura del disturbo mediante interventi centrati sul problema  .

Può accadere che il soggetto ansioso si chieda se il suo stato emotivo sia irrazionale. L'argomento è complesso, ma è illogico denotare l'emozione o lo stato emotivo razionale o irrazionale, qualificazioni che sono invece da applicare ai pensieri o ai concetti.
La paura al contrario è possibile definirla realistica o irrealistica, razionale o irrazionale.
Una paura è realistica quando si basa su assunzioni logiche e sull'osservazione oggettiva, è irrealistica quando si basa su assunzioni false e/o su un ragionamento difettoso oltre ad essere in contrasto con l'osservazione.

 L'ansia non è né reale né irreale poiché si riferisce ad una risposta affettiva e non ad un processo di valutazione della realtà.
A volte può accadere che la persona possa avvertire la reazione di paura solo parlando o rappresentandosi (visivamente, auditivamente o cenestesicamente, mediante la sensazioni cioè) la situazione minacciosa, soffermarsi su quest'ultimo aspetto rende concreto e presente un pericolo distante e futuro.

Le reazioni di una persona tra la previsione di un confronto con la situazione di pericolo e l'effettivo confronto con la stessa sono molto diverse, cioè non appena la persona entra nella situazione "pericolosa" vengono attivati i modelli dell'emergenza costituiti dalla fuga, dall'inibizione o dallo svenimento. Ad esempio un soggetto che deve sostenere un esame, fuori dalla sala è relativamente calmo poi a mano a mano che si avvicina il suo turno gli sembra di non ricordarsi più niente e sente il bisogno di uscire all'aperto; un altro soggetto in attesa di un prelievo di sangue per delle analisi visualizza l'ago che gli penetra la vena e sente di stare per svenire; un altro ancora che dovendo parlare con il suo capoufficio in presenza dello stesso sente che le parole che deve dire gli "muoiono in gola" provando una penosissima sensazione d'inibizione.

L'ansia è una esperienza drammatica che ognuno cerca di evitare compiendo passi per la riduzione dell'emozione e per prevenirne il ritorno. Ma l'ansia in sè non costituisce il processo patologico nei disturbi ansiosi proprio come il dolore non costituisce il processo patologico in una infezione.
Funzione dell'ansia è quella di innescare strategie di cambiamento per ridurre il "pericolo" o la "minaccia". I pensieri e le azioni che hanno successo nella riduzione del pericolo, riducono generalmente l'ansia, diversamente l'ansia persiste.

Nei disturbi di ansia, la continua produzione di reazioni ansiose spinge il soggetto alla riduzione del supposto pericolo che è attivato dalla risposta ansiosa. Ma quando il pericolo non è reale o se ne ha una percezione sbagliata oppure viene ipervalutato, la reazione ansiosa impedisce di porre in essere un comportamento adeguato: il soggetto non ha la possibilità cioè di fermare un pericolo che non esiste o che è esagerato. Quindi il problema principale nei disturbi ansiosi non è costituito dalla reazione ansiosa ma dagli schemi di valutazione cognitiva che non sono adatti ad affrontare il pericolo e che costituiscono l'organizzazione esperenziale interna del soggetto in termini di pericoli e minacce.

Sintomi del disturbo da ansia 

Partendo dall'assunto che i sintomi da ansia sono espressioni di funzioni psicologiche, si può affermare che l'apparato cognitivo; - in presenza di una minaccia o di un "pericolo" - emette valutazioni delle situazioni, delle persone, degli eventi e delle risorse di cui il soggetto dispone per fronteggiare i problemi. Egli prefigura in tal modo un "pericolo" e sottovalutando le sue risorse attiva le componenti affettive, comportamentali e fisiologiche disturbanti.
La componente affettiva (l'ansia cioè) accelera il processo rendendo urgente atti risolutori.
La componente comportamentale riguarda sia l'attivazione che l'inibizione.
La componente fisiologica mobilizza l'organismo.
Bisogna poi tenere presente che la flessibilità di passaggio da un pensiero ad un altro o da una azione ad un'altra è gravemente inficiata dalla presenza dei sintomi per cui i comportamenti difensivi di fuga, evitamento, inibizione e blocco perdurano anche quando il "pericolo" è trascorso facendo reagire inappropriatamente il soggetto a nuove situazioni e impedendo al soggetto stesso di uscire dalla modalità di pericolo. Si instaura così una modalità omeostatica di automantenimento altamente stressante.

 I sintomi che riguardano il disturbo da ansia appartengono alle seguenti quattro sfere funzionali: cognitiva, affettiva, comportamentale e fisiologica, che possono - ognuna - iperfunzionare ovvero interferire reciprocamente disadattando il soggetto nella risposta al "pericolo".

I sintomi cognitivi riguardano la percezione interna o dell'ambiente e in tal caso il funzionamento mentale sembra confuso, oscurato, stordito; aumenta la consapevolezza di sé e la vigilanza mentre l'ambiente sembra diverso, irreale e gli oggetti sono percepiti come offuscati e distanti. Quando invece è intaccato il pensiero si possono verificare: difficoltà di concentrazione, incapacità di controllo del pensiero stesso, confusione, affievolimento del ricordo, distraibilità, difficoltà nel ragionamento con perdita di obiettività e prospettiva.
I sintomi della sfera cognitiva sono anche di natura concettuale quando esiste paura: di perdere il controllo, di non essere in grado di far fronte alle situazioni, di ferite fisiche o di morte, di disturbi mentali; possono essere presenti immagini visive minacciose e produzione ripetitiva di pensieri spaventosi.

I sintomi della sfera affettiva sono quelli che colpiscono di più l'osservatore. Quando il problema che provoca gli stati affettivi disturbanti è urgente e improcrastinabile vi può essere panico, altrimenti si verifica una cronicizzazione dello stato disagevole. 

Gli stati affettivi si esprimono con: irritabilità, impazienza, nervosismo, tensione, suscettibilità, terrore, allarme, eccitazione.

I sintomi della sfera comportamentale si esprimono mediante: inibizione, immobilità del tono muscolare, fuga, evitamento, linguaggio e coordinazione difficoltosi, agitazione motoria, collasso e iperventilazione (eccessiva immissione di ossigeno nei polmoni).

La sfera fisiologica presenta una ampia gamma di sintomi, distinti però a seconda dei due rami del sistema nervoso centrale: il simpatico e il parasimpatico. Il ramo simpatico opera per il fronteggiamento della situazione ed allora si possono avere le seguenti reazioni fisiologiche: palpitazioni, tachicardia, aumento della pressione sanguigna, respirazione rapida o difficoltosa o superficiale o insufficiente o affannosa, pressione al torace, nodo alla gola, sensazione di soffocamento, incremento di riflessi, reazione d'allarme, palpebra contratta, insonnia, spasmi, tremori, rigidità, agitazione, espressione contratta, vacillamento, debolezza generalizzata, gambe traballanti e movimenti goffi, perdita dell'appetito o repulsione per il cibo, disturbi addominali, rossore o pallore del volto, efidrosi (sudorazione palmare), iperidrosi (sudorazione generalizzata), momenti di caldo e freddo, prurito.
Il ramo parasimpatico agevola la strategia del collasso cioè quella per cui il soggetto è impotente e senza difese nel far fronte ad una minaccia. In tal caso i sintomi sono i seguenti: debolezza, svenimento, calo della pressione sanguigna e del ritmo cardiaco, spasmi bronchiali, dolori addominali, nausea, bruciore di stomaco, vomito impulso e/o frequenza nell'orinare.

I sintomi che appaiono come reazione (ora inadeguata) di autoprotezione dell'organismo nella sua completezza psicofisiologica trovano la loro ragione d'essere se esaminati alla luce dell'evoluzione della specie umana che ha dovuto sviluppare una serie di reazioni, sino dalla sua prima apparizione, per fronteggiare l'ostilità e i pericoli degli altri esseri umani e animali nonché dell'ambiente.
Chi voglia approfondire tale argomento può far riferimento all'esemplare e innovativo lavoro del biologo Laborit e a quello dell'etologo Lorenz.


Il nostro cervello possiede la capacità di eleborare un pensiero di tipo razionale, pratico, concreto; e la capacità di elaborare un pensiero di tipo associativo. Il pensiero pratico è: esco di casa per andare al lavoro, vado a fare la spesa per mangiare. Il pensiero associativo è: mi avvicino al fuoco, mi scotto. Da quel momento la mente, i Neuroni Specchio, corteccia pre-motoria, assimila che il fuoco scotta e  rappresenta un pericolo, ci vuole del tempo perchè si superi l'idea che il fuoco è solo pericoloso e che si possa pensare anche che  fà luce e riscalda. Se i miei abiti prendono fuoco, la mia pelle ha ustioni gravi, chiaramente il fuoco può essere vissuto come Trauma e associato ad un pericolo ancora più grande, in quel caso la sola parola "FUOCO" mi creerà gli stessi effetti di quando si è verificata l'esperienza traumatica. Di giorno il pensiero Razionale Concreto è prevalente, è meno espresso il pensiero Associativo. Durante la notte, quando noi sognamo la situazione è capovolta. Ossia il pensiero associativo come noi abbiamo vissuto l'esperienza razionale, l'emozione, diventa l'espressione prevalente dei nostri pensieri. La fase del sonno si alterna in Sonno profondo a Sonno REM o Paradossale, ed è in questa fase che noi sognamo, la nostra attività  elettrica cerebrale è paradossalmente attiva come se  il nostro cervello reagisse come se fosse sveglio. Il pensiero associativo, emotivo, si esprime tramite simboli. Alcuni esempi: E' un periodo difficile di lavoro, con gli amici, nelle relazioni, uno delle infinità possibili del mio modo di pensare a queste difficoltà che sto vivendo, durante il sogno, sarà di costruire un pensiero che mi faccia pensare di volare , se io desidero di volere superare i problemi che sto vivendo durante il giorno. Oppure si sogna di vivere una relazione intima, al risveglio si pensa di aver tradito, invece si è solo pensato di voler recuperare un aspetto della relazione che manca, chi vuole  tradire relmente, lo farebbe durante il giorno, al massimo durante il sogno può pensare al senso di colpa, ma con una simbologia non affatto evidente. Quando si vive l'ANSIA e si è stati abituati nelle nostre relazioni quotidiane a controllare le nostre emozioni, i nostri sentimenti, (nella etimologia sentimenti deriva da sentire), la nostra biologia esprime durante il giorno, un tipo di IDEAZIONE, di pensieri, di tipo ASSOCIATIVO  SIMBOLICO. Per cui si può pensare di cadere, di sentirsi soffocare, di buttarsi giù da un posto alto, ma non perchè si farà ciò che si sta pensando, ma  è un modo per esprimere una emozione che per l'individuo è importane e che si nega alla coscienza. In questo modo si esprime il  pensiero in modo Simbolico, come nel SOGNO e allo stesso modo la  percezione si ferma sull'aspetto superficiale della forma del pensiero.  

LIBERARSI DALL'ANSIA CHE OPPRIME? SI PUO' !

LIBERARSI DALL'ANSIA CHE OPPRIME? SI PUO' !

 ECCO ALCUNI ACCORGIMENTI CHE POSSONO RISULTARE UTILI.

Gli attacchi di ansia (o attacchi di di panico) sono un problema più diffuso di quanto non si pensi e possono costituire un problema rilevante se non affrontato con determinazione.
I sintomi sono vari, ma hanno in comune la perdita del controllo delle proprie facoltà psico-fisiche:

Aumento della frequenza cardiaca e/o palpitazioni, sudorazione, dolori al petto;

Vertigini, stordimento, nausea, difficoltà di respirazione (dispnea);

Dissociazione, la percezione che non si è connessi al corpo o perfino che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio (depersonalizzazione);

Terrore, la sensazione che qualcosa di inimmaginabile e di orribile sta per accadere e si è impotenti per prevenirlo;

Paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti;

Sensazione di morte imminente.

 Se hai conosciuto almeno una volta nella vita queste sensazioni, non trascurare il problema, perché    potrebbe presentarsi in forme più acute e preoccupanti.

GLI attacchi di ansia, di panico, come tutti i disturbi di origine psicologica, sono "curabili" CON LA PSICOTERAPIA!

Per affrontare seriamente il tuo problema è consigliabile parlarne al più presto con uno psicoterapeuta, il quale può aiutarti a comprendere e a risolvere le ragioni che scatenano le crisi, nonché a rassicurarti adeguatamente.
Possono tornare comunque utili, in sede preliminare, alcuni consigli; una sorta di vademecum del soggetto ansioso, suggerimenti che - va rimarcato - non vanno considerati fondamentalmente risolutivi, ma che possono aiutare ad affrontare "certi momenti di disagio".

Va ricordato altresì che, nonostante le spiacevolissime sensazioni, un attacco di panico - se tenuto sotto controllo - non comporta alcuna conseguenza seria, se la persona è sana e se non si  trascura per molto tempo.

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PER AFFRONTARE L’ANSIA E LE CRISI DI PANICO.

PREMESSE

Le seguenti indicazioni sono consigli di cui tenere conto tutti i giorni, quando si sta bene e non vi è attacco di panico. Sono indicazioni che vi possono aiutare ad essere più sereni e padroni della vostra vita e quindi a fronteggiare meglio l’ansia.

Vi sono casi in cui, solo seguendo questi suggerimenti, è possibile ottenere rilevanti benefici. Ma si tratta di casi di ansia molto leggera.

Nel caso in cui invece vi accorgiate che tali metodi diventano solo un modo per nascondere a voi stessi il problema, è consigliabile chiedere il sostegno di uno specialista.

Ad esempio: è vero che fare attività fisica rappresenta un’indicazione positiva, ma se diventa un’attività fatta in modo ossessivo, solo per non pensare ai reali problemi che vi assillano, significa che non siete sulla buona strada.

È importante sapere che di attacco di panico non si muore. È vero però che, se non viene affrontato in tempo, di solito si scatena la cosiddetta “ansia anticipatoria”, per cui si prova “paura della paura”, si teme cioè di avere un attacco di panico e di conseguenza non si esce più, se non accompagnati, o comunque si esce molto poco.

Tutti noi abbiamo delle paure/ansie, queste ultime talvolta possono crearci dei problemi nella vita quotidiana ed è controproducente nasconderlo a noi stessi. È utile invece imparare a guardarle in faccia la realtà che viviamo per scoprire che, forse, si tratta di nodi, di problemi, meno terribili di quello che sembrano.

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Ma ecco i consigli che possono risultare utili:

 1 AVERE UN DIARIO                                                                                    

Questo è molto importante per conoscere le situazioni, le cose e le persone che ti generano ansia. Nel diario devi annottare giorno per giorno il tuo livello di ansia, quello che fai e, sinteticamente, quello che pensi, che ti passa per la testa. Ricorda che spesso l’ansia può nascere da situazioni e anche da rapporti personali che sentiamo come costrittivi; oppure, al contrario, in situazioni in cui ci sentiamo soli, senza punti di riferimento. Sono due facce della stessa medaglia (provate a riflettere se questo vale anche per voi).

2 PRATICARE IL RILASSAMENTO

Impara una tecnica di rilassamento e applicala tutti i giorni (preferibilmente alla stessa ora, in modo da creare una routine). All' inizio non sarà facile rilassarsi, ma se persevererai noterai una significativa diminuzione del tuo livello di ansia. Per facilitarti il compito potrai ascoltare della musica adatta in una camera buia. L’obiettivo è che il rilassamento diventi per te una piacevole abitudine, un aiuto per distendere anche la mente. La cosa a cui fare più attenzione è il modo di respirare, che deve essere ritmato e profondo. Potrai applicare questa modalità anche nel momento in cui ti trovi in situazioni di forte ansia; il fatto di averlo sperimentato in momenti di relativa tranquillità ti aiuterà a metterlo in pratica anche in momenti difficili. Esistono moltissime tecniche di rilassamento, quindi potrai scegliere quella più adatta a te. È importante che durante il rilassamento cerchi di cacciare via i pensieri negativi e le preoccupazioni che ti assillano, considerandole come nuvole che in quel momento lasciano il tuo corpo e la tua mente.

 

3 FARE ESERCIZIO FISICO

Fai ogni giorno, o almeno due volte alla settimana, attività fisica. Scegli però un’attività che ti piaccia, in modo da scaricare la tensione senza aggiungere stress alla tua vita.

4 ALIMENTARSI CORRETTAMENTE

Fai attenzione all’alimentazione! Gli individui ansiosi dovrebbero evitare sostanze stimolanti, come tè, caffè, Coca Cola e nicotina. Dal momento che una condizione fisica di ipoglicemia è spesso causa di ansia, è importante ridurre i dolci; preferisci pane e pasta integrali e cerca di fare tre pasti con due spuntini leggeri.

5 NO ALLA SOLITUDINE

Stare in mezzo ad altre persone, fare attività che ti piacciono, evitare di chiuderti a casa assorto nei tuoi pensieri, sono rimedi utili per cercare di combattere l’ansia e la negatività verso te stesso.

6 NO ALL’AUTOCRITICA

Il soggetto ansioso tende spesso a criticarsi e a peggiorare la propria condizione. Per eliminare l'ansia occorre prestare attenzione ai propri pensieri. Solitamente la persona ansiosa si critica in continuazione e pensa a se stessa, alle cose che fa e a come gli altri lo trattano, in maniera negativa, vedendo sempre in sé la colpa.

Impara a invertire questa tendenza, a “volerti più bene” e a parlare con te stesso in un modo nuovo! Potrebbe sembrare un consiglio banale; in realtà è stato provato che lavorare sui pensieri modifica anche la nostra disposizione verso noi stessi e verso quello che ci succede.

7 FARE LE COSE CHE PIACCIONO

Cerca di trovare nella tua giornata, o nella pianificazione della settimana, il tempo per fare qualcosa che ti dia piacere, che ti rilassi e che ti faccia “staccare la spina”, anche solo per periodi di tempo relativamente brevi.

8 CHIEDERE AIUTO SENZA “ASPETTARE CHE PASSI”

Se nel giro di sei mesi i sintomi persistono e non mostrano di diminuire, è controproducente dissimulare i problemi e fidarsi troppo del “fai da te”. Queste patologie, se prese per tempo, possono essere più facilmente trattate che non in seguito, quando si cronicizzano. Parlarne con un esperto che non ci conosca, che non ci giudichi e che ci possa fornire una visione diversa delle cose e nuove chiavi di lettura può essere un’esperienza preziosa.

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COSA FARE DURANTE UN ATTACCO DI PANICO

Ecco invece alcuni consigli su cosa fare mentre l’attacco di panico è in corso:

1. Muovetevi, fate esercizio fisico oppure tendete e rilassate i muscoli del corpo in modo da smaltire l’adrenalina che si sta producendo in quel momento.

2. Respirate in modo profondo e ritmato.

3. Parlate ad alta voce o leggete in modo da distrarvi.

4. Distogliete il vostro cervello con pensieri piacevoli: ricordi, fantasie, progetti imminenti. Concentrate i pensieri su situazioni concrete, pratiche.

 

Non dimenticare che i suggerimenti forniti hanno il solo scopo di fornire un primo approccio alle delicate problematiche connesse all'ansia e al panico.

Una terapia più specifica e personalizzata contro questi disturbi può essere individuata e concordata esclusivamente con l'ausilio di un qualificato professionista della Psicoterapia.

 

PERCHE' E' DIFFICILE SUPERARE UN TRAUMA

PERCHE' E' DIFFICILE SUPERARE UN TRAUMA

04 Mag TRAUMI: perché è difficile superarli e 4 modi per farlo.

Posted at 17:06h in Articoli, IT by adminreal

Articolo a cura di Fabio Sinibaldi 

CHE COSA PORTA A UN TRAUMA. 

Un evento traumatico può segnare in modo significativo la persona che lo vive, in modo particolare se si presentano le seguenti caratteristiche:

  • la persona non è preparata a tale evento (da intendersi sia a livello mentale che corporeo)
  • l’evento è dirompente e non previsto
  • senso e/o vissuto di impotenza
  • picchi emotivi non gestibili
  • alterazione o modificazione fisica
  • informazioni causali e contestuali discordanti e non integrabili
  • relazioni manipolative o ambivalenti rispetto alle persone coinvolte
  • senso di colpa per la causa o le conseguenze dell’evento
  • aver provato emozioni non socialmente accettabili
  • alterazione prolungata della fisiologia psicocorporea (in particolare immobilizzazione fisica prolungata)
  • iperstimolazione sensoriale
  • vissuto di invasione e intrusione

CHE COSA SI MODIFICA. 

Il trauma non consiste in una alterazione dei soli processi mentali, sostiene modificazioni strutturali a livello cerebrale e alterazioni nei normali processi di comunicazione tra diverse aree del cervello e nella connessione mente-corpo.

Per fare qualche esempio: diventa più difficile attivare le cortecce prefrontali a supporto delle decisioni logiche; i ricordi
vengono “archiviati” in modo non corretto; le sequenze narrative diventano discontinue; la produzione degli ormoni caratteristici delle reazioni di allerta e paura è sempre alta, anche in condizioni di tranquillità. Tutto il corpo ne è coinvolto. Chi desidera approfondire questi aspetti in modo dettagliato e con riferimenti scientifici precisi può leggere gli altri due articoli che abbiamo scritto sugli effetti dei traumi e sugli eventi avversi.

LE CONSEGUENZE. 

Gli effetti di un evento traumatico possono durare per anni e, spesso, le sue ricadute tendono a peggiorare nel corso del
tempo. Queste conseguenze possono essere evidenti, come il disturbo post-traumatico da stress, disturbi dell’umore come ansia o depressione, ma possono essere anche meno
evidentemente legate al trauma originario come deficit dell’attenzione o comportamenti impulsivi, obesità o – al contrario – eccessiva fissazione per le diete e l’esercizio fisico, marcata insicurezza di base e/o difficoltà a fidarsi degli altri, rigidità nei comportamenti o iper-moralità, essere incapaci di sostenere il proprio pensiero e la propria posizione.

PERCHÈ È DIFFICILE SUPERARE IL TRAUMA (e qualche suggerimento per farlo). 

1. Abitudini e parametri di riferimento 

Se il trauma è avvenuto indietro nel tempo, spesso non c’è più una vivida memoria dei fatti o non c’è ricordo del tutto. Inoltre tutte le alterazioni negli schemi di pensiero, nelle modalità relazionali e nell’attivazione e reazione emotiva sono diventate ormai abituali.

Quando uno schema persiste da tempo il nostro sistema percettivo lo rende il parametro di riferimento a cui ci rifacciamo per valutare ogni novità. Questo è il motivo per cui, anche al di fuori del trauma, tendiamo a “misurare” immediatamente gli altri come “vicini” o “lontani” dal nostro modo di essere, facendo molta fatica a valutarli in modo oggettivo e neutrale.

Le persone traumatizzate spesso non si accorgono delle loro difficoltà e di modalità non più funzionali. Per questo diventa fondamentale aiutarle a percepire come tutto il sistema di riferimento sia sfalsato. Questo è possibile farlo in tanti modi, vediamo un paio: ristimolando in modo corretto la percezione, la sensorialità, la consapevolezza corporea  statica e di movimento al fine di sentire quello che sta succedendo in tempo reale e misurandolo sulla sensazione istantanea senza riportarlo a punti di riferimento pregressi; offrendo strumenti che favoriscano la visione di sé, dei propri comportamenti, delle proprie reazioni emotive e delle dinamiche relazionali in contesti diversi, da punti di vista differenti secondo prospettive anche incoerenti tra loro, in modo da indebolire la fissità di riferimento.

2. Sintomo o causa. 

Il sintomo diventa spesso il focus dell’attenzione. Molte persone si concentrano sulla lotta con la loro ansia o la dipendenza (da alcol ad esempio) tanto da non porsi il problema di quale sia la causa. Talvolta la causa viene anche ricercata, ma ci si ferma alle più facili e immediate risposte: genetica, infanzia difficile, stress, ecc. Queste possono essere anche parte del problema, o il trauma può risiede in esse, ma capirlo e individuarlo permette di andare oltre alla lotta con il sintomo.

3. Agire a tutti i livelli 

Il danno generato da un trauma è sempre anche neurobiologico: dall’eccessiva produzione di cortisolo alla riduzione dell’ippocampo, dall’infiammazione immunitaria (vedi articolo) fino all’epigenetica (vedi articolo).

Le evidenze scientifiche che hanno portato a questa consapevolezza ci permettono anche di verificare come su questi livelli sia possibile agire in modo efficace, semplice e diretto, ad esempio tramite: il controllo fine dei movimenti corporei; l’attività fisica di media intensità, così come quella che alterna sforzi brevi e intensi a momenti di recupero; l’alternanza di attivazione tra emisfero destro e sinistro e di differenti aree cerebrali tramite movimenti incrociati e di coordinamento complesso; un’alimentazione anti-infiammatoria; attività come meditazione, yoga, tai chi.

4. Impotenza Vs Controllo 

Un punto molto importante riguarda il passaggio dall’impotenza al potere e controllo. Come abbiamo visto l’esperienza di non poter fare nulla per evitare l’evento traumatico o per affrontarlo, gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo di successive problematiche. L’impotenza non è solo un vissuto psicologico, nasce ancora prima come incapacità fisica di affrontare il problema.

Questi processi presentano anche forti correlati emotivi (passando continuamente dalla rabbia, alla paura, alla tristezza), che vengono esperiti sia verso la causa dell’evento traumatico, ma anche nei confronti di altre persone coinvolte e, ovviamente, sé stessi.

Nel processo normale di sviluppo – non solo rispetto agli eventi traumatici – la sicurezza in sé stessi, l’autonomia, il senso di auto-controllo e quello di padronanza si sviluppano attraverso l’attività fisica, il controllo del corpo, le dinamiche relazionali di sfida costruttiva o di cooperazione, la modulazione attiva in base al contesto e ai feedback delle proprie risposte emotive. Ancora a maggior ragione sarà fondamentale riattivare e riallineare queste abilità e competenze nei soggetti traumatizzati.

 

FERMARSI IN TEMPO NON E' FACILE

COME SAPERE QUANDO FERMARSI 

 

Un divertente video ci da una delle più importanti lezioni di vita: Come sapere quando arrendersi

https://4.bp.blogspot.com/-33g0o8FcY_E/WLyW28Cd_pI/AAAAAAAAMos/pRPOb8tMnNYclzy92zPBs3FylNHZyr7LQCLcB/s200/sapersi%2Bfernmare.pngTratto da Jennifer Delgado Suàrez

La vita non è una corsa veloce, ma una lenta maratona. Questo significa che per arrivare lontano e in miglior forma è necessario mantenere un certo equilibrio: sapere quando è il momento di accelerare il passo, quando rallentare o addirittura fermarsi per recuperare le forze. Tuttavia, mantenere questo equilibrio è difficile, soprattutto quando intervengono le emozioni.

La trappola dell’investimento emotivo

Una delle trappole mortali in cui tendiamo a cadere è l’investimento emotivo. In pratica, non vogliamo abbandonare un progetto, una relazione o qualsiasi altra cosa a cui siamo legati, semplicemente perché abbiamo investito tempo, energie e sentimenti in esso.

Si tratta di una trappola molto comune nel mondo degli affari. Uno ha investito così tanto in un’attività che, anche se questa non funziona più e genera perdite, la persona si rifiuta di riconoscerlo e continua investire inutilmente in essa.

Questo avviene anche nel campo delle relazioni. Molte persone pensano di aver trascorso così tanti anni insieme che non ha senso separarsi. Credono che perderanno questo "investimento emotivo" e restano quindi impantanati in un rapporto che li distrugge e gli toglie la voglia di vivere.

Questo breve video mostra, in modo inequivocabile, che a volte non sappiamo quando è il momento di fermarci e continuiamo ossessionati con il nostro obiettivo, non rendendoci conto che stiamo sacrificando la nostra vita. Il video mostra anche l'enorme influenza che possono avere le abitudini nelle decisioni che prendiamo, quindi preferiamo restare attaccati a queste piuttosto cambiare.

Fermarsi in tempo non è fallire

Anche se associamo la parola "arrendersi" al fallimento o alla mancanza di volontà, la verità è che a volte è la decisione più intelligente. Dobbiamo sapere quando possiamo continuare a investire emotivamente e quando è il momento di smettere. Se non siamo in grado di riconoscere questo punto, possiamo arrivare a distruggere la nostra vita, letteralmente.

Fortunatamente, ci sono alcuni segnali che indicano che forse è giunto il momento di cambiare rotta:

1. I risultati attesi sono sempre più lontani. Se stai dando il meglio di te stesso e ti sforzi duramente da molto tempo ma i risultati che speravi sono sempre più lontani, probabilmente è necessario riconsiderare i tuoi obiettivi o il cammino intrapreso.

2. Il sacrificio che stai facendo non vale la pena. Ogni obiettivo rappresenta di solito una sfida, per realizzare qualcosa che valga veramente la pena è necessario un certo grado d’impegno e di fatica. Ma tutto ha un limite, quindi se il sacrificio che stai facendo è enorme, forse dovresti chiederti se ha davvero senso continuare.

3. Le circostanze sono cambiate. A volte si può essere talmente assorbiti in un progetto o in un rapporto che si perde di vista il contesto e non ci si rende conto che le circostanze sono cambiate, continuando così a sforzarsi invano. Quindi, di tanto in tanto, conviene fermarsi e rivalutare la fattibilità dei nostri obiettivi.

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